ANTI Berlusconi
30 Luglio, 2010: 18:48 - Autore: infoCategoria: Varie

MILANO - Se per la sanità in Calabria il governo ha deciso il commissariamento, in riferimento alla Puglia, il ministro Giulio Tremonti ha deciso di non firmare il Piano di Rientro sanitario. L’esecutivo, ha spiegato anche il titolare dell’Economia, non intende tollerare che «la Puglia diventi una nuova Grecia». Proprio polemizzando con la legislazione regionale sulla Sanità, Tremonti ha sottolineato, al termine del Cdm, che quella in Puglia «è una situazione non responsabile» e che il governo non vuole che «la Puglia finisca come la Grecia e poi la pagano i pugliesi e gli altri». In «questa fase storica - ha aggiunto il ministro - prima vengono i numeri e poi la politica». Le parole di Tremonti, però, hanno fatto andare su tutte le furie il governatore Nichi Vendola, che ha definito il paragone Grecia-Puglia scelto dal ministro «un sabotaggio politico, economico e sociale nei confronti della Regione». «Paragonare la Puglia alla Grecia - ha detto Vendola - significa dare, da parte di un ministro dell’Economia, indicazioni alle agenzie di rating e dare così un colpo mortale alla Puglia». I

 «INTERVENGA IL COLLE» - La rabbia di Vendola però è tanta. Al punto che il governatore pugliese ha annunciato che chiederà l’intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per riportare il corretto equilibrio tra poteri, regionale e dello Stato, portandolo a conoscenza di quanto accaduto a proposito del Piano di Rientro del governo e della mancata firma del ministro Tremonti. «Perché il presidente - ha spiegato Vendola - possa fare una valutazione di tutti i passi che consentano il ripristino dei normali rapporti tra poteri dello Stato». «Siccome quello che è accaduto è un atto gravissimo, senza precedenti, chiediamo intanto -ha aggiunto il presidente - di poter condividere la conoscenza di tutti i passaggi, delle carte, dei documenti e poi chiediamo che ci sia un difensore per gli interessi di 4milioni e 200mila persone perchè- ha concluso - non è giusto combattere una sola persona, cioè Nichi Vendola, strangolando 4 milioni e 200mila persone».
fonte:corriere.it

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: 18:42 - Autore: infoCategoria: Varie

ROMA - Rottura totale, o quasi. Manca l’espulsione o il deferimento ai probiviri di Gianfranco Fini, ma la rottura tra i due fondatori del Pdl è stata definitivamente sancita dal documento dell’ufficio di presidenza del Pdl (leggi il documento), nel quale vengono deferiti ai probiviri tre deputati: Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Fabio Granata. Favorevoli 33, contrari tre: i finiani Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli.
«IMPOSSIBILE RICUCIRE - « Viene meno la fiducia nel ruolo di garanzia del presidente della Camera. Non è mai successo che la terza carica dello Stato assumesse un ruolo politico» facendo «una vera e propria opposizione, critiche in sintonia con la sinistra e con una struttura organizzativa sul territorio. Abbiamo tutti ritenuto che il Pdl non potesse pagare il prezzo troppo alto di mostrarsi un partito diviso», ha detto Silvio Berlusconi nella conferenza stampa seguente all’ufficio di presidenza. «Si è presentato un dissenso da parte di Fini e degli uomini a lui vicini nei confronti del governo, della maggioranza e del presidente del Consiglio. Io non ho mai risposto, anzi ho sempre smentito i virgolettati che mi hanno attribuito. Abbiamo tenuto un comportamento responsabile, visto il momento di crisi che viviamo», ha proseguito il Cavaliere. «Abbiamo provato in tutti i modi a ricucire con Fini, ma non è stato possibile. Non sono più disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito».

RUOLO DI GARANZIA - Il documento votato a maggioranza afferma che «l’unico breve periodo in cui Fini ha rivendicato nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l’assenza di un suo sostegno ai candidati del Pdl». Inoltre: «Non si tratta di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile» ma «le posizioni di Fini si sono manifestate non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito».

VISPOLI: «ERRORE POLITICO» - «Il documento approvato dall’ufficio di presidenza del Pdl è un errore politico, mi auguro che lasci ancora spazio al dialogo», ha commentato Viespoli , secondo il quale il ministro Meloni aveva proposto il rinvio del voto sul documento ma la proposta è stata bocciata.

FUTURO - Ci sarà un voto di sfiducia della maggioranza del Pdl alla Camera nei confronti di Fini?, è stato chiesto a Berlusconi. «Lasciamo che siano i membri del Parlamento ad assumere iniziative al riguardo», ha risposto il leader del Popolo della libertà.

«GOVERNO SALDO» - In ogni caso, ha detto Berlusconi, il governo non è a rischio. «La maggioranza salda, il governo non è a rischio». La decisione sulla permanenza di esponenti vicini a Fini nel governo «verrà assunto in sede» di esecutivo, ma «io non ho difficoltà a continuare la collaborazione con validi membri del governo», ha aggiunto il premier.

VIE LEGALI - L’ipotesi dell’espulsione è caduta quando Fini aveva fatto sapere che sarebbe ricorso anche alle vie legali, appellandosi al giudice ordinario sulla base dell’articolo 700 del Codice di procedura civile. Il presidente della Camera aveva rivelato il progetto ad alcuni dei suoi. Il piano avrebbe messo il Pdl nelle mani della magistratura. L’ex leader di An avrebbe potuto infatti chiedere ai giudici il reintegro immediato degli esponenti sospesi dal partito. «Avrebbe anche buone possibilità di riuscita», aveva ammesso una fonte parlamentare del partito. Il ricorso avrebbe avuto conseguenze politiche devastanti. «Un ricorso provocherebbe ulteriori danni di immagine», aveva confessato un deputato berlusconiano.

LA TREGUA RIFIUTATA - La decisione dell’ufficio di presidenza del Pdl arriva dopo una notte insonne e di passione tra mercoledì e giovedì alla fine della quale, dopo un lungo confronto al quale ha preso parte anche Giuliano Ferrara, Berlusconi aveva spiegato che l’offerta di tregua di Gianfranco Fini, «resettiamo tutto e onoriamo l’impegno con gli italiani» (avanzata attraverso un’intervista a Il Foglio, appunto) era arrivata troppo tardi, fuori tempo massimo.

I FINIANI SI ORGANIZZANO - Ovviamente i finiani non sono rimasti a guardare, anzi stanno organizzando gruppi autonomi sia alla Camera che al Senato e in entrambi i rami del Parlamento avrebbero i numeri sufficienti per farlo. La rottura sarà probabilmente ufficializzata venerdì.

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: 18:40 - Autore: infoCategoria: Varie

ROMA - «In due ore, senza la possibilità di esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare». Gianfranco Fini rompe il silenzio e replica a Silvio Berlusconi, davanti ai giornalisti che ha convocato all’Hotel Minerva, nel cuore di Roma. «Ovviamente non darò le dimissioni - ribadisce all’indomani dell’ufficio di presidenza del Pdl che lo ha “sfiduciato” nel suo ruolo di leader di Montecitorio - perché il presidente della Camera deve garantire il parlamento e non la maggioranza che lo ha eletto». Fini ha mal digerito l’invito del presidente del Consiglio a lasciare lo scranno più alto di Montecitorio, un invito che, a suo dire, rappresenta una «concezione non proprio liberale della democrazia». Proprio quell’invito, è l’ulteriore affondo del numero uno della Camera, «dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio d’amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni».

LEGALITÀ E IMPUNITÀ - Una dichiarazione-lampo più che una conferenza stampa quella del presidente della Camera. In poco meno di cinque minuti (due cartelle dattiloscritte) Fini ribatte alla «scomunica» del Pdl, senza nascondere l’amaro in bocca per quanto accaduto giovedì («ieri è stata scritta una brutta pagina per il centrodestra e più in generale per la politica italiana»), ma assicurando che preserverà assieme ai suoi fedelissimi «i valori autenticamente liberali e riformisti del Pdl». Neanche sulla battaglia per la legalità, il presidente della Camera è intenzionato a fare passi indietro: «È un impegno che avverto - ha spiegato - per onorare il patto con i nostri milioni di elettori onesti, grati alla magistratura e alle forze dell’ordine, che non capiscono perché nel nostro partito il garantismo significhi troppo spesso pretesa di impunità». «Ringrazio - ha aggiunto il presidente della Camera - i tantissimi cittadini che in queste ore mi hanno manifestato solidarietà e mi hanno invitato a continuare nel nome di principi come l’amor di patria, l’unità nazionale, la giustizia sociale, la legalità intesa nel senso più pieno del termine: cioè lotta al crimine come meritoriamente sta facendo il governo. Ma anche etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole».

I NUOVI GRUPPI - Leggendo la sua breve dichiarazione ai giornalisti che lo hanno raggiunto all’Hotel Minerva di Roma, Fini ha voluto poi fare riferimento ai parlamentari a lui vicini, che in queste ore si stanno organizzando per formare un gruppo autonomo sia alla Camera che al Senato. Il gruppo che nascerà, ha spiegato il presidente della Camera, «è formato di uomini e donne liberi che sosterranno lealmente il governo ogni qual volta saranno prese scelte nel solco del programma elettorale e lo contrasteranno - ha avvertito - se le scelte saranno ingiustamente lesive dell’interesse generale». Il nome del nuovo gruppo, «Futuro e Libertà per l’Italia», è già stato formalizzato presso gli uffici della Camera, cui sono state anche consegnate le 33 richieste di adesione da parte dei deputati. In un primo tempo si era pensato che i gruppi parlamentari avrebbero potuto prendere il nome di «Azione nazionale» e rispolverare così il vecchio acronimo di An . Prima ancora si era parlato di «Nazione e libertà».

PARLAMENTARI IN FUGA, NO DI ALEMANNO - I finiani, nel frattempo, continuano a contarsi. A Palazzo Madama è stata toccata la soglia dei 10 senatori necessaria per costituire un gruppo autonomo, mentre alla Camera è già stato depositato il nome del gruppo dei deputati, al quale hanno già aderito 33 finiani. L’ex leader di An, però, deve fare i conti in queste ore anche con qualche «no» illustre. Uno su tutti, quello del sindaco di Roma ed ex An Gianni Alemanno. «Sono schierato dalla parte di Berlusconi con chiarezza. Mi dispiace profondamente per quello che è accaduto, però sto nel Pdl con convinzione» ha detto il primo cittadino della Capitale, che poco prima aveva spiegato di non avere le idee chiare sull’evolversi della situazione all’interno del Pdl.
fonte:corriere.it

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