A volerla prendere così, cioè con una battuta, si potrebbe arrivare a dire, come nell’antico proverbio, «quando troppo e quando niente». Nel senso che, dopo settimane di incertezza di fronte alla decomposizione della maggioranza di governo - e di qualche evidente (e giustificato) timore di elezioni anticipate già in autunno - il Pd ha cominciato a riscaldare i motori e a battere un colpo. Anzi, due. O forse addirittura tre: cioè probabilmente troppi. E troppi, per altro, su una coppia di temi delicatissimi e potenzialmente deflagranti: e cioè la futura candidatura a premier e le alleanze elettorali.
Nel giro di una decina di giorni, infatti, il drappello di aspiranti candidati alle primarie si è assai infoltito. Alle possibili candidature quasi «istituzionali» di due leader di partito come Bersani e Di Pietro, infatti, si sono via via aggiunte (per ora) quelle di Nichi Vendola, di Sergio Chiamparino e - secondo alcuni osservatori - quella non impossibile di Walter Veltroni, tornato ieri a esporre il proprio punto di vista in una lunga e impegnata lettera al Corriere della Sera. Quattro o cinque candidature - a elezioni nient’affatto scontate e a primarie del tutto incerte (se si votasse già a dicembre, sarebbe arduo organizzarle…) - sono probabilmente troppe: e a volerla dire tutta, rischiano di apparire non solo spia di confusione, ma anche possibile premessa di forti tensioni all’interno del campo delle opposizioni.
Né è più chiara la situazione sul fronte delle possibili alleanze elettorali con le quali andare alla sfida con Berlusconi. Qui si fronteggiano, in maniera via via più agguerrita, due linee di fatto contrapposte: potremmo definirle quella della «Santa alleanza» (tutti assieme contro Berlusconi, dai comunisti di Vendola fino ai moderati di Casini) e quella delle origini, la cosiddetta «vocazione maggioritaria» (poche alleanze e solo tra forze programmaticamente omogenee). E’ la linea - quest’ultima - che Walter Veltroni ha riproposto ieri sul Corriere della Sera in maniera molto netta, registrando consensi e dissensi tutto sommato prevedibili. Tutti prevedibili meno, forse, uno: il no di Dario Franceschini, prima vice e poi erede di Veltroni alla guida del Pd, «co-fondatore» con lui di Area Democratica (la minoranza interna del partito) ma ora su posizioni assai diverse in tema di alleanze. Non è questione da poco, come è evidente: ad esso, infatti, sono strettamente legati il tipo di legge elettorale verso il quale spingere e, addirittura, l’assetto maggioritario e bipolare del sistema politico del nostro Paese.
«Resto dell’idea che le uniche alleanze credibili siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica», ha scritto Veltroni. E Franceschini ha replicato: «Durante la Resistenza i nostri padri non persero tempo a domandarsi se erano liberali, comunisti, per la monarchia o per la Repubblica, per la legge proporzionale o maggioritaria, ma decisero di iniziare a discuterne dopo la Liberazione». E’ una disputa che rischia di crescere di tono. E di non esser risolta tanto in fretta, visto che chiama in causa non soltanto la capacità del Partito democratico di raggiungere un punto di mediazione al proprio interno, ma anche le opzioni strategiche e la disponibilità ad allearsi delle altre forze dell’opposizione (da Casini a Di Pietro, per finire a Vendola).
Ma che il Pd abbia cominciato a entrare nell’ordine di idee che forse alle elezioni - Bersani volente o nolente - ci si potrebbe arrivare davvero in fretta, è comunque un segno. Per settimane e settimane, infatti, l’ipotesi è stata respinta come il peggiore dei mali possibili. E’ già stato autorevolmente detto e scritto che, di fronte allo sfarinamento della maggioranza di governo, era lecito attendersi dalle opposizioni la richiesta di scioglimento del Parlamento e di nuove elezioni, come accade in larga parte delle altre democrazie europee. E del resto, perché mai temere il voto di fronte alla cupa parabola berlusconiana?
Invece, a torto o a ragione, è proprio questo il sentimento dominante che sembra esser «passato» nell’opinione pubblica a proposito dell’opposizione tutta e del suo maggior partito in particolare, cioè il Pd: timore. Il timore, cioè, che la crisi politica della maggioranza sfociasse in crisi di governo e in elezioni immediate. Da qui, come si è visto e letto, il fiorire di definizioni di ogni genere per governi che impediscano un tale epilogo: dal governo tecnico a quello costituzionale, dal governo di scopo a quello a tempo, per la sola riforma della legge elettorale.
Ipotesi suggestive ma, onestamente, poco credibili e poco praticabili. Ed è il crescere di questa consapevolezza che ha spinto molti esponenti del gruppo dirigente democratico a scendere finalmente in campo. Ora si attende una parola da Pier Luigi Bersani. Ma il tempo stringe. «Quando si è cominciato a parlare di crisi - lamenta il giovane Pippo Civati - avevo proposto ai colleghi di partito di non andare in vacanza. Ma guardando la situazione mi pare che il partito in vacanza ci è andato eccome…». Poco male. Settembre è in arrivo, la danza può ricominciare…
fonte:lastampa.it