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Archivio del mese di Gennaio, 2009

17 Gennaio, 2009: 11:48 - Autore: infoCategoria: Varie

Di vocaboli da usare in questi casi il «politichese» è pieno. Si può parlare di chiarimento o di scambio di vedute positivo. Ma in fondo l’incontro che hanno avuto ieri a pranzo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il premier, Silvio Berlusconi, alla presenza del principe della diplomazia berlusconiana Gianni Letta non poteva avere un epilogo diverso. Il Cavaliere aveva tutto l’interesse a calmare le acque increspate della sua maggioranza per rendere compatta e efficace l’immagine del suo governo. L’inquilino di Montecitorio, invece, sa benissimo che con Berlusconi può tirare la corda ma non può permettersi di romperla: se il partito unico del centro-destra non dovesse decollare il primo a rimetterci davvero sarebbe lui. Solo che decentrato alla Camera mentre il proscenio della politica è occupato da un governo decisionista che può contare su una maggioranza larga, Fini in queste settimane si è sentito emarginato. Per cui ha fatto sentire a più riprese la sua voce. Insomma, il presidente della Camera vuole un ruolo («il Pdl è un’operazione che facciamo in due») e il Cavaliere, che è il più grande impresario italiano, non è contrario: «Fini - ha spiegato ieri ai suoi dopo il pranzo di Montecitorio - vuole un ruolo, vuole contare e io sono contento che sia così. In fondo solo dando una funzione a tutti si evitano i guai. Lui vuole essere consultato e io sono pronto a farlo: d’ora in avanti magari vedrò Bossi il lunedì e Gianfranco il martedì».

Con queste premesse è evidente che l’incontro ha seguito il canovaccio degli incontri tra amici dopo una piccola burrasca. Abbracci calorosi con tanti «caro Silvio» e «caro Gianfranco». Un aperitivo in cui si è parlato di tutto anche di quella che probabilmente sarà la notizia più importante dell’intero colloquio. Una notizia che ovviamente non riguarda la politica ma il grande dilemma che sta assorbendo il Berlusconi milanista: vendere o no Kakà? «Probabilmente - ha confidato il premier - dovrò venderlo. Quelli del Manchester City gli hanno fatto una proposta da capogiro. Oltre quindici milioni d’euro netti l’anno di ingaggio. Se non lo vendo mi saltano tutti gli equilibri della squadra. Rischio di perderlo senza neanche guadagnarci niente. Solo che debbo tenere conto dei tifosi. Debbo trovare un colpo sul mercato. Vedremo». Poi a tavola è tornato alla ribalta il menù politico che ha accompagnato la spigola al sale. E’ stato un condensato dei temi che hanno movimentato l’ultima settimana. Fini ha difeso la sua posizione contro un eccessivo uso della decretazione d’urgenza: «Se il governo esagera rischia di offuscare il ruolo del Parlamento». Berlusconi ha replicato con un ragionamento sereno per dimostrare che spesso quella scelta nasce da uno stato di necessità. «Tu - gli ha spiegato - sei stato al governo e sai cosa significa affidarsi alle procedure parlamentari. Capisco che ora sei presidente della Camera e ti dico che interpreti questa funzione nel modo migliore, ma devi anche capire come sono costretto a muovermi io. Ecco perchè ti chiedo uno sforzo maggiore sulla riforma del regolamento».

Poi il Presidente della Camera ha ripetuto la sua convinzione che è necessario coinvolgere sulle grandi riforme l’opposizione. A cominciare da quella della giustizia. «Io - gli ha fatto presente il Premier che quando vuole si trasforma in un muro di gomma - sulla giustizia non ho mai avuto pregiudiziali a lavorare con l’opposizione. Il problema è che loro sono divisi. E comunque io personalmente al tavolo con chi mi insulta non mi siedo». Non poteva mancare una puntata sulla competizione Nord-Sud e Fini nel ruolo di grande difensore degli interesi meridionali ha punzecchiato a distanza il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. «Il baricentro della sua politica - è stata la critica misurata di Fini - è situato a Nord del Po». Ma il piatto forte sono stati i discorsi sul Pdl. Fini vuole avere un ruolo di cofondatore: «Esisto anch’io». Non ha parlato della sua carica futura ma vuole anche lui dare una caratterizzazione al nuovo partito. Gli serve per prenotare un posto di primo piano nel partito unico e per rivendicare la sua leaderschip nell’attuale, cioè in An. E ha individuato il suo cavallo di battaglia nella democrazia interna: «Il Pdl deve avere i suoi organi decisionali che debbono riunirsi periodicamente con regole democratiche. Da questo punto di vista non deve somigliare alla Forza Italia di oggi ma più ad un partito tradizionale». E il Cavaliere in ossequio alla «pax interna» non ha creato problemi: «Sono d’accordo ma dobbiamo evitare di fare un partito con una struttura troppo pesante. E, comunque, dobbiamo mantenere la data del congresso il 27 marzo: un ritardo danneggerebbe l’immagine dell’intera operazione e dobbiamo smetterla di farci male da soli». Per il resto ha lasciato dire. In fondo Fini non mette in discussione la sua leadership. «Vogliamo una monarchia costituzionale - ha spiegato uno dei consiglieri del presidente della Camera - al posto di una monarchia assoluta». Così lunedì i due dovrebbero scambiarsi dei documenti sull’argomento. Ma nei fatti la struttura del nuovo partito è già abbozzata nelle sue linee principali: ci sarà il leader; sotto un coordinamento formato da 25-30 persone con due coordinatori, uno di Forza Italia e uno di An; poi una direzione di cento persone; infine, tutti gli organismi saranno formati rispettando la proporzione 70% a Forza Italia e i partiti minori, il 30% ad An. Le candidature elettorali saranno decise dal coordinamento. Discorsi che interessano fino ad un certo punto al Cavaliere che vuole avere la leadership del Pdl ed esercitarla a dovere. Tant’è che ieri mattina in Consiglio dei ministri il premier avrebbe voluto nominare i nuovi ministri, Brambilla al Turismo e Fazio alla Sanità. Aveva trovato un accordo con la Lega: Francesca Martini diventerebbe vice-ministro agli Affari sociali. Mancava invece l’intesa con An (basato sulla nomina a vice-ministro di Urso) e con i minori. Per cui anche stavolta a malincuore ha dovuto rinviare. Ma ormai il Cavaliere queste benedette nomine se l’è messe in testa e probabilmente la prossima settimana - per dimostrare che la sua leadeship è intatta - le farà.

fonte: lastampa.it

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8 Gennaio, 2009: 20:47 - Autore: infoCategoria: Varie

ROMA (8 gennaio) - Trasparenza nei concorsi, stop alle baronie, più spazio ai giovani, premi agli atenei con bilanci virtuosi e giro di vite per quelli in rosso: il decreto a firma Maria Stella Gelmini è legge. Con 281 voti a favore, 196 contrari (Pd e Idv), e 28 astenuti (Udc), l’aula di Montecitorio ha approvato in via definitiva il testo in materia di Università. Il ministro dell’Istruzione nega di aver ceduto alle pressioni dell’opposizione: sul maestro unico, dice, «nessuna marcia indietro».

Hanno votato contro i gruppi del Pd, convinti che la legge è «un’occasione mancata per il diritto allo studio in Italia», e dell’Idv. Si è astenuta l’Udc «per offrire un’apertura di credito nei confronti del ministro Gelmini».

Più soldi agli atenei virtuosi. Tra le novità della legge più finanziamenti (il 7 per cento del Fondo del Finanziamento Ordinario e del Fondo Straordinario della Finanziaria 2008) per le Università migliori: quelle con offerta formativa, con qualità della ricerca scientifica, efficienza delle sedi didattiche migliori. Gli atenei più virtuosi saranno individuati attraverso i parametri di valutazione Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e Cnvsu (Comitato nazionale valutazione del sistema universitario).

Stop alle assunzioni per gli atenei «spreconi». Da oggi gli atenei che spendono più del 90 per cento dei finanziamenti statali (Fondo di Finanziamento Ordinario) in stipendi non potranno bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale

Più assunzioni per i ricercatori. Per favorire l’assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turn over (a quota 20 per cento nelle altre amministrazioni) viene elevato al 50 per cento. Delle possibili assunzioni presso le Università, almeno il 60 per cento dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. Con questi interventi si potranno assumere 4000 nuovi ricercatori.

Borse di studio ai meritevoli. Borse di studio a tutti quelli che ne hanno diritto grazie all’incremento di 135 milioni di euro destinato ai ragazzi capaci ma privi dei mezzi economici. Previsti 65 milioni di euro destinati a progetti per residenze universitarie (1700 posti letto in più).

Commissioni concorsi. Cambia la composizione delle commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari: a differenza di quanto accadeva finora, saranno quattro i professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore disciplinare oggetto del bando e da un solo professore ordinario
nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Nelle intenzioni del ministro, si eviterà di predeterminare l’esito dei concorsi e di incoraggiare un più ampio numero di candidati a partecipare.

Gelmini: «Nessuna marcia indietro». Negando di aver fatto «marcia indietro», il ministro ha spiegato che il maestro unico «rimane il modello di base. Si è solamente compreso che non è incompatibile con il tempo pieno». Soddisfazione per l’astensione dell’Udc: «È un risultato importante, spero solo che sia un primo passo per condividere con l’opposizione una riforma organica dell’università».

«Finita difesa status quo». «Il problema, ha detto Gelmini, non è l’assenza di riforme mancate». Insomma, per il ministro è finita l’epoca delle «università sprecone» e della «difesa dello status quo».

La maggioranza difende il decreto Gelmini. La maggioranza plaude compatta alla riforma dell’università: «Più qualità, più meritocrazia, meno sprechi, meno privilegi negli atenei italiani. L’approvazione, da parte del Parlamento, del decreto Università garantisce l’avvio dellanecessaria riforma del sistema universitario nel nostro Paese». Ne è convinta Isabella Bertolini, componente del direttivo del Pdl alla Camera, perché, dice, le misure contenute nella legge «aiuteranno il rilancio qualitativo dell’Università italiana».

Critiche dall’opposizione. L’opposizione, invece, scende in campo contro la riforma voluta da Maria Stella Gelmini. «L’università italiana soffre di una crisi e non sarà certo il provvedimento approvato oggi, con le sue misure insufficienti e in alcuni casi anche peggiorative, a riportare ad una situazione di normalità gli atenei». Così Mariapia Garavaglia, omologa del ministro Gelmini nel governo ombra,  a proposito del decreto approvato stamani.

fonte:ilmessaggero.it

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