Fallisce l’assalto a Napolitano. Il Cavaliere si precipita a incontrarlo, accompagnato da un manipolo di ministri, non appena il Capo dello Stato rientra al Quirinale da Bruxelles, stanco del viaggio. Berlusconi vorrebbe dal Presidente il disco verde a un decreto, anche solo ministeriale, per rinviare la data delle elezioni nel Lazio e in Lombardia. L’opposizione alzerebbe le barricate ma pazienza: il premier vuole che si voti per esempio l’11 aprile, in modo da riammettere le liste bocciate…

Napolitano scuote la testa, spiega che assolutamente non può consentirlo. Devono ancora pronunciarsi i Tar, eventualmente il Consiglio di Stato, scavalcarli con un atto d’imperio sarebbe una forzatura intollerabile, oltre la Costituzione. Dal Pdl filtra che il Presidente non ha chiuso completamente la porta, vuole rifletterci su. In realtà è semaforo rosso. Prova ne sia che il Consiglio dei ministri, in preallerta dal pomeriggio per ratificare al volo l’eventuale decreto di rinvio delle urne, slitta a stasera.

Ancora non è finita perché nel governo si sta studiando un altro decreto, questa volta (pare) interpretativo. Darebbe istruzioni ai giudici su come ammettere o non ammettere le liste, in modo da ripescare i bocciati. Berlusconi tornerà alla carica col Presidente. Se di nuovo farà fiasco, potrà solo attendere l’esito dei ricorsi. Un po’ lo confortano le ultime da Roma, col «listino» Polverini riammesso in serata dalla Corte d’Appello e la mamma della candidata in lacrime per la gioia. In fondo mancava una semplice firma, è stata aggiunta e adesso okay (però intanto nei sondaggi di Euromedia la Bonino è balzata in testa, pesa l’esclusione della lista Pdl che farebbe da «traino», di riammetterla ci sono poche speranze). A Milano Formigoni è sicuro di rientrare in corsa, giura che decreto o no il Tar finirà per dargli ragione, si dichiara vittima di «macchinazioni» da parte dei giudici milanesi, promette denunce penali che nel frattempo i Radicali hanno già presentato, però nei suoi confronti (firme false a sostegno del Governatore, è l’ipotesi su cui già marcia la procura ambrosiana). Se andasse come Formigoni scommette, e lui venisse restituito ai suoi elettori, in breve tempo la vicenda sarebbe chiusa poiché il Tribunale amministrativo della Lombardia è pronto a riunirsi in seduta straordinaria, anche subito. Ragione di più, è stato certo un argomento di Napolitano col premier, per attendere serenamente il verdetto.

Il Cavaliere evita (per ora) gesti estremi come andare in piazza Farnese, al presidio della Polverini, e agitare le folle. Disertate dal premier anche altre riunioni incendiarie, tipo assemblee dei parlamentari laziali con lui e Fini. Pure il presidente della Camera sarebbe stato favorevole a una leggina per rinviare il voto, ma con l’accordo di tutti: in pratica la «soluzione politica» invocata da Bossi. Il quale molto si è battuto per cercare una mediazione col Pd, contatti ve ne sono stati, risultato un pugno di mosche. Col trascorrere delle ore Bersani si è irrigidito sempre più, denunciando come «inaccettabile» qualsiasi iniziativa del governo, negando con forza la chiacchiera di «accordi taciti», cioè sottobanco. Già all’ora di pranzo la «soluzione politica» era scomparsa dai radar. Ufficio di presidenza del Pdl per prenderne atto e cambiare obiettivo. Quattro ipotesi di decreto legge messe a punto dagli «azzeccagarbugli» berlusconiani, altrettante varianti sul tema rinvio, più una quinta, quella vera: decreto ministeriale per votare l’11 aprile, in pratica una circolare di Maroni senza nemmeno la controfirma di Napolitano. Tesi pericolosa perché fisserebbe il principio secondo cui un governo, quando rischia di perdere le elezioni, le rinvia come gli pare. Insorge l’opposizione, l’Udc e Di Pietro per una volta usano la stessa parola: «golpe». Ci pensa l’uomo del Colle a calare il sipario.
fonte:lastampa.it