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Archivio del mese di Aprile, 2010

30 Aprile, 2010: 20:21 - Autore: infoCategoria: Varie

Leonardo: Berlusconi e io incompatibili. Leonardo chiarisce alcuni punti dopo qualche giorno di silenzio, a cominciare dal rapporto con Berlusconi tirato in ballo da alcune presunte dichiarazioni del premier: “Non so cosa ha detto Berlusconi ma, a prescindere da questo, non posso negare che il nostro rapporto è difficile. Siamo molto diversi, forse siamo incompatibili”.

fonte:dottorsport.info

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28 Aprile, 2010: 20:52 - Autore: infoCategoria: Varie

«Quella lettera è stata scritta in un contesto diverso rispetto ad ora», dice il deputato Pdl. E sull’attacco del Giornale di Feltri a Fini: «Se fosse diretto da Ferrara la situazione nel centrodestra sarebbe diversa»

Dopo Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini anche Umberto Bossi dice no a elezioni anticipate. E ora l’invito comune è invece quello alla stabilità, per poter avviare e portare a termine le riforme.
«Con la crisi finanziaria che attraversa altri paesi europei, chi decidesse di andare a elezioni anticipate in questo momento si assumerebbe una grande responsabilità», dice Benedetto della Vedova. Ma il deputato Pdl, ex radicale, ora considerato tra i fedelissimi al presidente della Camera, sottolinea anche come sia stato lo stesso Fini «a precisare in modo netto» che non ci sono le ragioni politiche per andare a elezioni, perché «il confronto che si è aperto nel Pdl è un fattore di vitalità del partito che non mette in discussione la tenuta della maggioranza in Parlamento»
Il presidente della Camera in questi giorni è ospite di numerose trasmissioni Rai. Un modo per essere più vicino all’elettorato che sembra aver irritato però il presidente del Consiglio.
Gianfranco Fini aveva rinunciato a presenze televisive da tantissimo tempo e ora, mentre è in atto un confronto politico molto aspro interno al partito, ha scelto per raggiungere l’opinione pubblica, di rispondere favorevolmente a una serie di richieste in modo da spiegare chiaramente qual è la sua posizione. Mi sembra una cosa sensata. Fini è presidente della Camera, ed è tenuto a svolgere il suo ruolo di garante dei lavori del Parlamento, ma resta un uomo politico ed è del tutto comprensibile che in una fase politica così delicata trovi il modo e lo spazio per una comunicazione diretta, peraltro molto equilibrata
Intanto da il Giornale di Vittorio Feltri è partito un nuovo attacco a Fini e alla sua famiglia.
Come sempre il fuoco amico è quello dal quale è più difficile difendersi. Che il Giornale abbia tenuto un atteggiamento deliberatamente ostile nei confronti di Fini non è una novità. Ognuno fa il suo mestiere, Feltri ritiene di farlo in questo modo. È ovvio che, se la linea editoriale del Giornale fosse quella di un quotidiano diretto da una persona parimenti intelligente e parimenti vicina al Cavaliere come Giuliano Ferrara, oggi la situazione del centrodestra sarebbe molto diversa. Se una parte preponderante della stampa di centrodestra ha scelto come linea editoriale quella del Fini nemico di Berlusconi, il Foglio di Giuliano Ferrara ha invece preferito trattare le scelte di Fini come risorsa per Berlusconi. È chiaro che l’impatto di comunicazione nei confronti dell’elettorato di centrodestra del Giornale e di Libero è molto più forte, ma alcuni accadimenti, da parte di giornalisti e di persone vicine al centrodestra, vengono letti in modo completamente diverso. E questo dovrebbe fare riflettere.
Il caso Bocchino come finirà?
Troverei singolare che in questo contesto si scegliesse una via finto-burocratica, accettando come dimissioni quelle contenute in una lettera scritta in un contesto diverso rispetto ad ora. Si trattava di una lettera che voleva aprire un confronto aperto. Accettare quelle come dimissioni sarebbe un comportamento che non aiuta il gruppo. A meno che sia stato deciso in qualche modo, non so dove, che accettare l’idea che nel partito c’è un confronto che non mette in discussione in Governo e la maggioranza, in un confronto duro ma fisiologico in un grande partito europeo popolare liberale, non sia tollerabile. Ma se la logica è questa allora si è scelto di rinfocolare uno scontro che stava trovando un suo assestamento e che non metteva in discussione la maggioranza parlamentare.
Quindi per proseguire sul piano del dialogo quelle dimissioni vanno respinte?
O si respingono, si congelano, oppure è naturale che si rimetta in discussione un gruppo il cui organigramma nasceva da una logica di divisione dei ruoli e delle responsabilità secondo un criterio precostituito. A quel punto ha più senso riaprire la partita dell’elezione di nuovi organi dirigenti del gruppo.
Il federalismo fiscale e il rapporto con il Sud resta uno dei nodi più importanti da sciogliere nelle questioni politiche che separano Fini da Berlusconi e soprattutto da Bossi.
La mia personale opinione sul federalismo, da tempo, è che sia un’occasione storica per il Sud. Proprio per questo credo che vada fatto bene, con tempi che devono essere rapidi anche necessari per fare le cose bene, evitando l’idea che la partita del federalismo diventi un regolamento di conti del Nord nei confronti del Sud. Da questo punto di vista le parole di Fini sono state chiare: «non contro il federalismo ma per un federalismo che risponda a un disegno nazionale». Per questo ritengo che Fini sia il miglior alleato della Lega, perché è all’interno del Pdl colui che meglio può testimoniare che si tratti di un disegno di respiro nazionale, repubblicano e non localista. Il federalismo è anche un’occasione per una classe dirigente del Sud che ha buona parte delle responsabilità dei problemi del Mezzogiorno. Ma va fatto bene, con i passi necessari ed eventualmente anche con la gradualità che serva per diventare un win win game, un gioco nella cui prospettiva tutti possono e devono guadagnare.
fonte:ilsole24ore.com

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24 Aprile, 2010: 10:18 - Autore: infoCategoria: Varie

L’accusa: riciclaggio. Dal gruppo del costruttore 900 mila euro. , il ministro: tutto regolare. Immobili anche per i figli di un generale

PERUGIA - Naviga in acque agitate il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. E per due ragioni molto concrete. Perché - lo vedremo - si fa ricca di nuovi e stringenti dettagli la storia, di cui si è cominciato a dare conto ieri, dell’acquisto dell’abitazione di famiglia a Roma con provviste messe a disposizione dal costruttore Diego Anemone, l’anima della “Cricca” dei grandi appalti pubblici (G8 della Maddalena, Mondiali di nuoto, anniversario per i 150 anni dell’unità d’Italia). E perché si fa buio il presente dell’architetto Angelo Zampolini, la “tasca” del Gruppo Anemone dai cui conti - si scopre ora - uscirono non 500, ma 900 mila euro in assegni circolari destinati all’acquisto della casa intestata alla figlia del ministro. O, meglio della sua parte “in nero”, da occultare anche al Fisco.

Proprio ieri, infatti, l’abitazione e lo studio di Zampolini sono stati perquisiti dalla Guardia di Finanza e al professionista è stato notificato un avviso di garanzia per associazione a delinquere e riciclaggio. Un’ipotesi di accusa grave, con cui i pm di Perugia Alessia Tavarnesi e Sergio Sottani contestano al professionista non solo la compravendita di casa Scajola, ma almeno altre tre operazioni immobiliari gemelle, tutte sulla piazza di Roma. Una (già nota), relativa a un appartamento intestato a uno dei figli (Lorenzo) di Angelo Balducci, già presidente del consiglio nazionale dei lavori pubblici e oggi detenuto con l’uomo da cui è accusato di essere stato corrotto, Diego Anemone. Le altre due (e questa è una novità), sempre con assegni circolari tratti dai suoi conti per importi di 500 e 280 mila euro, relative a due diversi immobili intestati alla figlia del generale della Guardia di Finanza Francesco Pittorru, l’ufficiale transitato da diverso tempo nei ruoli dell’Aisi (il nostro Servizio segreto interno), già indagato perché beneficiato dall’assunzione della figlia al “Salaria sport Village” (il centro benessere frequentato da Guido Bertolaso per i suoi massaggi e di proprietà di Anemone) e perché utilizzato senza successo come “talpa” dalla “Cricca” quando Anemone ebbe la percezione di essere finito al centro dell’attenzione di almeno due Procure della Repubblica (Roma e Firenze) e di fastidiose verifiche fiscali.

Quattro case, dunque, uno stesso pagatore in “nero” (l’architetto Zampolini), un medesimo costruttore interessato al “sostegno” di compravendite di cortesia (Anemone), un identico strumento con cui dissimulare l’origine delle provviste (assegni circolari tratti dai conti correnti di Zampolini), tre beneficiati che in comune hanno la loro condizione di “figli” dai cognomi importanti: Balducci, Scajola, Pittorru. Un sistema, insomma.

Ebbene, a fronte di tutto questo, il ministro Scajola non si pronuncia né su Anemone, né su Zampolini. Ne sta alla larga. E, ieri, di buon mattino, in una nota dettata alle agenzie di stampa evita persino di evocarne i nomi. Preferisce giurare che non ci sono ombre sulla casa che abita. “Le notizie apparse sono totalmente destituite di fondamento - si legge - L’unico immobile che la mia famiglia possiede in Roma, ove attualmente abito, è stato acquistato con regolare contratto ed è stato pagato, per la quasi totalità dell’importo, con un mutuo ancora in essere e, in minima parte, con bonifico dal mio conto corrente. Escludo categoricamente, quindi, che sia stata versata alcuna somma in mio favore per tale vicenda o per qualsiasi altra. Ho dato mandato al mio legale di porre in essere ogni e più opportuna azione a mia tutela, evidenziando altresì che nessuna indagine è in corso nei miei confronti”.

Le parole di Scajola sono accompagnate da un florilegio di aggettivi di compagni di partito. “Attacco indegno a un uomo onesto” (Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma); “Siamo al solito copione consunto di fughe di notizie a cui non crede più nessuno” (Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl); “Squallida macchinazione” (Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati Pdl); “Fantasiose, diffamatorie e inaccettabili ricostruzioni giornalistiche” (Enrico Costa, capogruppo Pdl in commissione giustizia alla Camera); “Meschina messinscena” (Salvatore Torrisi, deputato Pdl in commissione giustizia).

Sono voci tanto avventurose, quanto avventate. Quantomeno alla luce della storia di casa Scajola per come documentata dall’indagine della Guardia di Finanza. È il 2004. Scajola, che si è dimesso due anni prima (luglio 2002) da ministro dell’Interno perché travolto dagli apprezzamenti che ha ritenuto di riservare alla memoria e alle insistenze per ottenere una scorta di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle Br (”Un rompicoglioni”), è diventato da poco ministro per l’attuazione del programma del primo governo Berlusconi. Decide l’acquisto di una casa importante alle spalle del Colosseo, in via del Fagutale, da intestare alla figlia. L’abitazione ha un valore commerciale che supera il milione e mezzo di euro, ma all’atto di compravendita il prezzo di acquisto risulta di 600 mila euro. Il 90 per cento coperto da un mutuo, il resto poche decine di migliaia di euro, tratti dal conto del ministro, come lo stesso Scajola oggi dice.

Ma c’è un problema. Anzi, due. Che Scajola tace. Il primo problema è che quel prezzo è farlocco. I proprietari vendono infatti per 1 milione e mezzo e per non pagare le imposte per intero ottengono 900 mila euro in nero. Il secondo problema - cruciale per l’inchiesta - è che quei 900 mila euro di nero non escono dalle tasche dell’acquirente (Scajola), ma da quelle dell’architetto Zampolini. La Finanza, infatti, scopre e documenta un’ingenuità dei venditori. Chi normalmente chiede del nero sulla compravendita di appartamenti, pretende contanti. O, se non è possibile, provvede poi in qualche modo a occultare l’incasso degli assegni circolari che normalmente li sostituiscono per evitare che si possa risalire a chi quegli assegni li ha versati e alle ragioni per cui lo ha fatto.

Ebbene, i venditori della magnifica casa alle spalle del Colosseo, quel pagamento in nero non riescono o forse non ritengono di doverlo occultare. Perché la Finanza scopre che il giorno stesso del rogito, in concomitanza del “pagamento” in chiaro di 600 mila euro da parte di Scajola, i venditori mettono all’incasso assegni circolari per 900 mila euro a loro intestati e tratti dai conti di Zampolini (circostanza, questa, per la quale le attenzioni della Guardia di Finanza si sono rivolte anche al notaio che firmò quell’atto).

Ora e di nuovo, dunque. Che diavolo di interesse aveva Zampolini a provvedere al “nero” di appartamenti acquistati da un ministro della Repubblica (Scajola), da un presidente del consiglio nazionale dei lavori pubblici (Balducci), da un generale della Finanza promosso funzionario dell’intelligence (Pittorru)? Anche dalle sue risposte, se mai arriveranno, dipenderà il destino in questa inchiesta della posizione, ad oggi “neutra” (non è indagato), del ministro Scajola.
fonte:repubblica.it

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