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Archivio del giorno 3 Luglio, 2010

3 Luglio, 2010: 10:09 - Autore: infoCategoria: Varie

ROMA - A copertura di una nuova norma che prevede di escludere promozioni, straordinari e arretrati dai tagli della pubblica amministrazione previsti in manovra potrebbero arrivare riduzioni delle tredicesime di una serie di categorie tra cui i poliziotti, i magistrati, i ricercatori e professori universitari, i diplomatici e i prefetti. E’ quanto prevede un emendamento del relatore, Antonio Azzollini, alla manovra in commissione Bilancio al Senato. Il testo prevede, infatti, che per garantire comunque i risparmi previsti “nei confronti del personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001 numero 165 (ovvero, tra gli altri, magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati e procuratori dello Stato, il personale militare e delle Forze di polizia di Stato, il personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia ndr.) la tredicesima mensilità spettante al predetto personale può essere ridotta con decreti non regolamentari su proposta dei ministri competenti di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze; con decreti è fissata la percentuale di riduzione necessaria ai fini del conseguimento del predetto risparmio di spesa”. “In particolare - si legge ancora nel testo - possono essere emanati decreti per personale forze armate e forze di polizia; personale non dirigente delle forze armate e forze di polizia; personale dirigente dei vigili del fuoco; professori e ricercatori universitari; magistrati; personale della carriera prefettizia; personale diplomatico; personale della carriera dirigenziale penitenziaria”.

SCHIFANI AI GOVERNATORI, GARANTIRO’ CONFRONTO - I governatori hanno rappresentato al presidente del Senato Renato Schifani le loro preoccupazioni insieme “alla loro disponibilità al confronto sulla riduzione della spesa a condizione che essa sia proporzionale alla riduzione della spesa statale”. E’ stato lo stesso presidente del Senato, conversando con i giornalisti, a spiegare il senso dell’incontro con una delegazione dei presidenti delle Regioni, guidata dal presidente della Conferenza Vasco Errani accompagnato dai presidenti della Lombardia, Roberto Formigoni, e del Lazio, Renata Polverini. “Trasmetterò alla presidenza del Consiglio - ha detto Schifani - le loro preoccupazioni. Per quanto è nel mio ruolo, garantirò un ampio dibattito assicurando ampi spazi di confronto”.

ZAIA, GUARDIAMO POSITIVAMENTE A PROSSIMI INCONTRI - “Le Regioni vogliono fare la loro parte, vogliamo interloquire ancora con il governo e guardiamo positivamente ai prossimi incontri”. Così il governatore del Veneto, Luca Zaia, si esprime a margine dell’assemblea di Coldiretti sul confronto Regioni-governo in tema manovra. “Chiedo da parte mia - aggiunge Zaia - che si penalizzino gli spreconi e si premino le realtà virtuose, il che significa che questa manovra potrebbe essere una grande occasione per introdurre il principio dei costi standard e degli indici dei parametri”.

FORMIGONI, RISCHIO DOVER TAGLIARE SERVIZI ESSENZIALI - “Siamo pronti a farci carico di spiegare la necessità di alcuni tagli ai cittadini, ma non vogliamo dover essere costretti a tagliare la testa ai cittadini” perché se la manovra resta invariata “potremmo essere costretti a tagliare alcuni servizi essenziali come il trasporto pubblico o l’assistenza alle famiglie”. Lo ha detto il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, dopo l’incontro di oggi di alcuni rappresentanti della Conferenza delle Regioni con il presidente del Senato Renato Schifani. Formigoni ha criticato anche la “caricatura delle regioni” emersa dalla relazione del Tesoro sul federalismo fiscale perche “i dati che abbiamo condiviso nella bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale non sono stati riportati correttamente”.

POLVERINI, RISCHIO E’ REGIONI SIANO MESSE IN GINOCCHIO - “Abbiamo rappresentato al presidente Schifani una posizione condivisa da tutti i governatori” sulla manovra “a cui io ho voluto aggiungere altre osservazioni in particolare sulla relazione del Tesoro sul federalismo fiscale, sulla questione dei piani di rientro e del patto di stabilità“. Lo ha detto la governatrice del Lazio Renata Polverini dopo il colloquio di alcuni rappresentanti della Conferenza delle Regioni con il presidente del Senato Renato Schifani. Queste quattro elementi che, ha sottolineato la Polverini, “rischiano di mettere in ginocchio le regioni”, per questo “serve un colloquio istituzionale per permettere alle regioni di compiere il loro ruolo”.

COTA, ABBIA I GIUSTI MIGLIORAMENTI - “Abbia i giusti miglioramenti”. Così il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, ha risposto alla domanda se sia necessaria una modifica della manovra economica del governo.
fonte:ansa.it

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: 10:07 - Autore: infoCategoria: Varie

Il Cavaliere apre a Casini, non esclude le elezioni. Non sopporta più la “coabitazione” con il presidente della Camera. Per l’ex leader di An è una trappola

ROMA - Pianifica, scientificamente, la rottura con Fini. “Perché quel traditore merita solo di essere punito”. Una trappola che Berlusconi vuole tendergli sulle intercettazioni in commissione Giustizia.

Tutta giocata su modifiche “minime” che i finiani non potranno accettare e su cui, per coerenza, dovranno votare contro. “Un secondo dopo che lo avranno fatto, li buttiamo fuori dal partito”. Vede rosso, il Cavaliere. Contro il presidente della Camera e contro il Quirinale. Delle intercettazioni, in fondo, non gli importa più granché, ma vuole sfruttarle politicamente per chiudere una “coabitazione” politica divenuta, come lui dice, “insopportabile” e per mettere in chiaro i rapporti con il Colle. Contro cui, in tre ore di vertice, le espressioni verbali non sono meno soft di quelle usate nei confronti di Fini. La strategia per fare i conti li accomuna entrambi. Il mezzo sono le intercettazioni. La conseguenze della sfida, messa nel conto, le elezioni anticipate nella primavera del 2011. Soprattutto se Casini dovesse rifiutare l’apertura che il premier sta pensando di fargli per sostituire l’odiato Fini. Anche se il presidente della Camera ha già fatto sapere che non intende cadere nella “trappola”. Ricorda quello che è accaduto all’ultima direzione del Pdl e ripete: “Non lascerò mai il partito che, da cofondatore, ho contribuito a far nascere”.

Ecco allora il progetto che, in due mosse, il Cavaliere ha messo a punto a palazzo Grazioli. Prima chiudere i conti con Napolitano. Poi l’uppercut a Fini. Quella col capo dello Stato più che una trattativa sulle intercettazioni, sarà solo una “comunicazione”. Affidata a Gianni Letta, da giocare in fretta, con un mandato da chiudere lunedì. Ordini chiari: “cambiamenti minimi” li chiama il premier “non accetteremo né tutte le richieste del Quirinale, né tantomeno quelle di Fini”. Sa che sul Colle gli umori contro di lui sono pessimi per via della legge, ma non solo. C’è il caso Brancher, giudicato ai piani alti della presidenza della Repubblica del tutto incomprensibile, per il pasticcio delle deleghe di cui perfino Bossi s’è lamentato con Napolitano, e per le conseguenze di un ministro divenuto tale solo per fruire del legittimo impedimento e ora, di fronte a una prossima sentenza, già candidato alle dimissioni. E c’è la manovra, dove il capo dello Stato vede margini ridotti per fare delle modifiche visto che Tremonti resiste e rifiuta i tagli. Ma è il grande marasma delle intercettazioni a essere giudicato inaccettabile. Né la più alta carica si rasserena per la promessa di un rinvio del voto a settembre. Vede le continue forzature. Ambiguo il continuo tira e molla tra la minaccia della fiducia e poi la garanzia dei cambiamenti e dello slittamento in aula.

Ma adesso Berlusconi ha deciso: solo “ritocchi”, perché quella legge è lo strumento della sfida con Fini. La road map prevede subito il voto in commissione e, quando i finiani si opporranno e voteranno contro, l’espulsione di tutto il gruppo dal partito. Nel frattempo si aprirà il canale politico con il leader dell’Udc Casini. Nel conto il premier ci mette il futuro altolà di Napolitano che potrebbe rifiutarsi di firmare la legge. Per questo lavora a sminare l’ostacolo. E ordina a Nicolò Ghedini di attaccare a testa bassa il Quirinale. E ne ignora volutamente le reazioni. Che sul Colle sono più ironiche che infuriate. Intanto perché sul tavolo del presidente piovono messaggi di solidarietà anti-Ghedini anche da parte di molti esponenti del Pdl. E poi perché il tentativo di Ghedini di spiegare proprio al Colle quando e come il capo dello Stato debba rinviare una legge viene considerato improponibile. Si ricordano i precedenti, a partire da Einaudi.

Sistemato il Colle, tutte le energie di Berlusconi si concentrano contro Fini. Ritorna l’ossessione di volerlo sbalzare di sella dalla presidenza della Camera, perché “non è possibile che ci attacchi sfruttando la poltrona su cui lo abbiamo messo noi e il fatto di essere il co-fondatore di questo partito. Gli dobbiamo togliere l’uno e l’altro”. Ma, come gli spiegano i suoi, un presidente si può solo dimettere, non lo si può obbligare ad andarsene. E allora Berlusconi vuole metterlo fuori dal Pdl. Lo sfida (”Vediamo in quanti lo seguono se lo cacciamo via”). Ne minimizza il peso (”Tanto possiamo farcela anche senza di loro, ricordatevi che Prodi ha governato solo con due senatori in più″). Non sopporta più le sue performance (”Con Bondi ha fatto proprio una mascalzonata”). È esasperato dai suoi continui distinguo (”Non è possibile che i finiani ormai si comportino peggio di quelli dell’opposizione, adesso non gli sta nemmeno più bene il lodo Alfano”). Considera che “il tempo delle mediazioni sia finito per sempre”. E dà al fido Cicchitto un ordine: “Di a tutti che ha finito di giocare. La sua storia nel Pdl è chiusa”.
fonte:repubblica.it

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